Nymphetamine

cold blood in icy veins

Month: April, 2014

Cloud on my tongue.

«Come va?»
«Va.»
«E’ tutto apposto?»
«Boh.»
«Stai bene?»
«Sto.»

Stare. Ultimamente “sto” troppo spesso, e alle troppe domande rispondo sempre con un “non lo so” perché da un mese a questa parte il non sapere nulla è la sola certezza, per ironia della sorte, che la mia mente dispone per andare avanti. E andare avanti in questo caso non vuol dire alzarsi col sorriso, gioendo o piangendo per le cose belle o brutte che possono capitare in una giornata fatta di ventiquattro ore. No. Per ironia della sorte quel “non lo so” mi aiuta a non pensare, a non farmi troppe domande rispetto quelle che in verità mi pongo ogni sacrosanto secondo, tra me e me, per non disturbare le persone. E’ questo che faccio: mi pongo domande.
«Fai troppe domande.» mi è stato detto da un perfetto sconosciuto. Così, concetto random sistemato qua e là tra le più svariate sillabe, poiché ogni volta scrivere risulta un ostacolo quasi insormontabile. Ci sono così tante cose da dire, da stendere lentamente, ma non ci riesco. Non ci sono mai riuscita. A parlare.
«Perché non me lo hai mai detto.»
«Cosa.»
«Questo.»
«Dovevo farlo?»
«Sì,direi.»

«Non direi.»
«Invece sì.»
«A cosa sarebbe servito.»
«Cosa.»
«Parlartene.»
«Dovevi farlo.»
«Le cose sarebbero andate così comunque, mh?»
Silenzio.

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«Non hai mai parlato. Ed io penso sempre a come rivolgermi a te. Non hai mai parlato e in tutti quei momenti di silenzio invece raccontavi storie infinite, perché tu sei una storia infinita. La tua persona, la tua mente, la tua voce, il tuo corpo … una eterna storia il cui punto non verrà mai scritto. E se così non fosse, se ci fosse per davvero un punto finale nella storia della tua vita, allora non vorrò essere io a scrivere di quella minuscola macchia, al termine delle frasi.»
«Perché?»
«Perché non ne avrei la forza. Come non ho trovato la forza di lasciarti andare subito, senza ripensamenti. Quel giorno ho creduto di impazzire: considerando poi il confine tra sanità e follia molto labile e sottile. Cielo! Quel giorno ho creduto di impazzire per davvero, quando al suono della sveglia ho preso coscienza del fatto che non avrei mai più ricevuto un tuo messaggio, un tuo segno che mi facesse credere che io c’ero per te. Nei tuoi pensieri, al tuo fianco nonostante la distanza. Non lo volevo quello che abbiamo avuto. Ho guardato per giorni la mia immagine riflessa sullo specchio e ripetevo a me stessa che non dovevo desiderare nulla di più di un “ciao”, nonostante l’attrazione fosse chiara e lampante. Non lo volevo quello che abbiamo avuto. Non volevo vivere quello che abbiamo vissuto per non ritrovarmi da sola come se non ci fosse mai stato nulla di veramente importante, se non gli scherzi in compagnia. Non ne hai ancora abbastanza degli scherzi in compagnia, vero? No. Come potresti riscoprirti saturo nel mezzo di una situazione che di problemi non ne porta. Respirare del tuo fiato, bere delle tue parole e mangiare delle tue labbra per sentire qualcosa di nuovo. Per provare qualcosa che per anni ho cancellato dall’intera gamma delle emozioni umane per non riscoprirmi morta nel fiato di una solitudine che è solo mia. Non volevo tutto quello che mi hai dato. Non volevo perdermi nella marea che ha il colore del cioccolato. Non volevo perdermi nel respiro condiviso – mio e tuo -, non volevo sfiorare la morbidezza di una bocca che non bacia più la mia. Non volevo nascondermi tra braccia che stringevano più forte rispetto la mia stretta. E ti divertivi, oh sì. Lo trovavi divertente, aumentare la morsa per non lasciarmi andare … e lo hai fatto fino all’ultimo, carezzando labbra secche ed occhi aridi, guardandomi come non hai mai guardato nessun altro. Ho letto della profondità che c’è in te, della sensibilità e della spontaneità che non avevi la prima volta che ti ho visto. Una discesa, è stata. Per entrambi. Non è vero? Una corsa all’ultimo ostacolo, che si è interrotta all’improvviso per la mancanza di forza. Di coraggio. Ma ti ho chiesto di restare, di provare. Ti ho chiesto di non mentire e tu lo hai fatto, convincendoti che l’implosione sarebbe stata la sola ed unica soluzione rispetto un primo passo insieme. Ti ho chiesto di rischiare. Di rischiare per me, e non hai ceduto la presa, pur cercando un contatto che sta svanendo. Ti ho chiesto una seconda possibilità e mi hai lasciata qui, con il cuore in frantumi, il vuoto dentro e storie da riscrivere. Così appaio, protagonista e personaggio inventato. Eppure ricorda del continuo paradosso, che di cera è fatto: la maschera della realtà, il volto della finzione.»

«… forse ho paura.»
«… saltiamo insieme.»
«No.»
«… non vale la pena lottare per me?»
«No.»

Gates of Morpheus.

Nightmare_by_Wings_of_dust

 

Ci sono momenti della giornata in cui vorrei chiudere gli occhi e immaginare la notte che verrà; ci sono momenti della notte in cui resto ad occhi aperti immaginando all’arrivo del mattino successivo perché la notte mi fa paura. Mi ha sempre spaventato la notte. Un po’ come se le sue lunghe braccia tentassero inesorabilmente, senza alcuna sosta, di abbracciarmi, di stringermi forte intrappolandomi in una morsa dalla quale non posso liberare il mio corpo. E poi durante la notte ci sono cose, sensazioni, pensieri. Cose sensazioni e pensieri che non se ne vanno e per quanto una persona si impegni a cancellarle dalla mente, queste ritornano puntualmente come il ticchettio di un orologio rotto sempre fermo alla solita ora. La Svizzera non sarà mai puntuale come l’incubo. L’incubo di una notte senza fine. Di quelle ore che non passano e l’agitazione sale. Una morsa alla gola frena il respiro e questi diviene affannoso. Anni trascorsi nella più recondita insonnia perché la sera metteva malinconia e la notte… paura. Già. La paura. Un concetto sottovalutato. La pretesa di riposare quando invece non è concesso neppure socchiudere le palpebre e respirare con serenità. Una cosa di poco conto, all’apparenza, che non a tutti è data avere.

«Dormi?»
«No.»
«Perché non dormi.»
«Perché non ho sonno.»
«Perché non hai sonno?»
«Perché non voglio. Non voglio dormire, non di notte quando tutto cala nel silenzio più assordante ed i pensieri possono calpestare la mente come se tutto fosse corretto e doveroso. Non voglio dormire perché significherebbe chiudere gli occhi e pensare al momento in cui, per la prima volta dopo tanto tempo, il mio corpo freddo è diventato caldo. Non voglio dormire perché chiudere gli occhi equivale alla resa, alla realizzazione che tutte le maschere indossate fino a quel momento sono state calate e non c’è più una corazza di marmo a proteggere quel corpo congelato dall’assenza di sentimento. C’è la voglia di lasciarsi andare, di cedere alla tentazione di un abbraccio che non c’è più. Non voglio dormire, perché vorrebbe dire ricordare. Ed il ricordo lacera: logora come coltello di seta budella sviscerate. Non voglio dormire per avere la possibilità di accartocciare il ricordo in piccoli flash, relegandoli lontano fino a che questi appassiscano come fiori secchi. E secco è il corpo, all’improvviso non più desiderato, mentre si rigira in pieno sconcerto tra lenzuola solitarie senza più il suo odore.»

Un dialogo con se stessi, l’inizio di una follia che dura più vite.

«Cosa farai.»
«Non lo so.»
«A cosa pensi.»
«A tante cose.»

Indossa la maschera
Adesso
Indossa la maschera

«Cosa farai.»
«Non lo so.»
«A cosa pensi.»
«All’invisibilità.»
«All’invisibilità?»
«A come sono invisibile per la sola persona che mi abbia insegnato a respirare.»
«A respirare si impara da soli, e da soli si ritorna a respirare.»
«Manca il fiato.»
«Mancherà sempre.»
«Manca il battito del cuore.»
«Il cuore batterà sempre.»
«No.»
«Sì.»
«Manca un cuore qui. Dentro il petto. Manca il mio divorato cuore

 

Dreamlike insomnia.

«Hai occhi azzurri che non sanno mentire.»
Lama rovente in corpo freddo.
«Hai occhi azzurri che non sanno mentire.»
Ed è ancora lama rovente in corpo freddo.

Gli occhi azzurri sono strani. Gli occhi azzurri sono freddi e caldi allo stesso tempo. Lo sguardo cristallino e limpido di chi ha occhi azzurri è qualcosa che trascende l’anima. La bellezza dell’occhio azzurro può risultare un classico film romantico per strappare una lacrima alla coscienza più sensibile. La verità è che l’occhio azzurro non mente. L’occhio azzurro non può mentire perché rispecchia tutto ciò che può esserci nell’animo umano. Dalla personalità più mite, al carattere più forte e tenace, sì. L’occhio azzurro non può mentire. E soffermarsi soltanto sulla classicità della sua caratteristica, beh … mi pare una enorme perdita di tempo. Ho guardato occhi azzurri che hanno parlato. Quegli occhi azzurri mi hanno parlato di affetto e disperazione. Quegli occhi hanno usato silenziose parole catturandomi e relegandomi tra fiamme che non smetteranno mai di bruciare. Quel giorno ho sorriso, guardando un paio di grandi occhi chiari, mentre questi si allontanavano dai miei, perché troppa fatica sarebbe stato reggere lo sguardo; per colpa di nessuno ma di una forza e un male ben più grandi di una semplice e tenera timidezza. Ma Lui lo era, timido. Oltre che grande e coraggioso. Lui era timido e di una semplicità tale da fare accapponare la pelle. Poi così, di punto in bianco, un giorno come tanti altri, durante la routine che lo accompagnava da tempo, quel suo sguardo perso e timido ha incrociato il mio:

«Cosa vuole C.»
«Un bacio.»
«Dove?»
«Bocca!»
E passi s’avvicinano. Profumo di buono.
«No, dove?»
«Guancia!»
Passi che s’arrestano. Bocca la tua sulla mia pelle.
«Quel giorno mi hai guardato. Poche parole, sillabe sconnesse tra di loro alla ricerca di una frase di senso compiuto, quel giorno mi hai guardato e non hai mai smesso di farlo. Non hai mai lasciato la mia mano neppure per un istante, neppure quando quella porta si è chiusa alle mie spalle ed io ti ho detto addio perché incapace di sostenere il peso di quella situazione. Quel giorno mi hai guardato e mi hai insegnato – oltre che dell’amicizia e dell’amore – della vita. Di come non ci si può arrendere, di come la vita vada a braccetto con il signor Destino, un gran figlio di puttana. Mi hai insegnato che il destino cammina con noi, tra me e te e ci tiene per mano. Quel giorno mi hai guardato, ed io mi sono innamorata. Quel giorno mi hai guardato e ho capito che gli occhi azzurri sono i più belli. Quel giorno mi hai guardata e ho capito che gli occhi azzurri non sanno mentire. Quel giorno ti ho guardato e mi sono persa nei meandri di un autismo che è Vita nostra.»

Ne Il tamburo di latta, Gunter Grass scrive più o meno così: Non lo nego: sono ricoverato in un manicomio; il mio infermiere mi osserva di continuo, quasi non mi toglie gli occhi di dosso perché nella porta c’è uno spioncino, e lo sguardo del mio infermiere non può penetrarmi poiché lui ha gli occhi bruni, mentre i miei sono celesti. (…)

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… E non resta che accovacciarsi in un angolo della stanza, ad ascoltare il silenzio tutto intorno. E poi non resta che accovacciarsi in un angolo della stanza, quello più sicuro di tutti e pensare. Pensare agli occhi e alla loro veridicità. Di occhi azzurri la grandezza indiscussa e di occhi castani la menzogna più dolorosa. La comune relazione che porta a credere che non siamo tutti uguali …

«Ma poi quel giorno ti ho guardato ed il tuo azzurro è divenuto il mio azzurro. Ma poi quel giorno ti ho guardato ed il tuo Inferno è divenuto il mio Inferno. Nostra casa.»

fire made flesh.

«Hai più scritto?»

«No.»

«Perché?»

«La mia ispirazione sta vacillando.»

Shht

«Con le parole crei cose incredibili»

«Sì?»

«Sì. Non smettere mai di scrivere.»

«No?»

«Non farlo.»

«Brucia tutto quello che hai di mio.»

«Mai.»

Shht

Ci sono frasi che è bene non ascoltare. Ci sono frasi che per uno scrittore risultano ossigeno, e di quell’ossigeno l’uomo ne ha bisogno per respirare. Pendere dalle labbra di qualcuno … una sensazione che non avevo mai provato prima. E si perdoni la mia presunzione se in questo frangente mi sento sia uomo che scrittore. Sia essere umano dotato di un’anima infranta che scrittore pregno di una passione che sta scomparendo inesorabilmente, senza lasciare più traccia. Ho smesso di credere nella bontà del prossimo da un tempo che ho dimenticato. Le ore hanno smesso di scorrere sul quadrante del mio orologio, e se ancora non ho perso la bussola, beh … è solo questione di inerzia e sopravvivenza. Citando Josephine Hart, le persone danneggiate sono pericolose: sanno di poter sopravvivere. Tutto è iniziato anni or sono, io e le mie amiche linee temporali. Di punto in bianco ho smesso di credere nella bontà del prossimo, ripetendo quanto scritto sopra. Tutti mentono, un po’ come i demoni, credendo che il primo demone sia la propria coscienza personale. Mi guardo allo specchio e occhi azzurri vedono riflessa una persona che non è una persona. Vedo me stessa fuori dal corpo, colpevole di atti che non avrebbero mai dovuto essere commessi. Sbaglio su sbaglio, pur non essendoci pentimento in questo. L’istinto. Seguire l’istinto. Come suona bene questa parola: Istinto. Che cosa è l’istinto, se non una voce interiore che ti suggerisce la prossima mossa. Ed io, avendola sempre ascoltata, ho deciso di non seguirla più. Per una volta soltanto ho preso in mano le redini di una vita andata a puttane, convincendomi che per una volta sarei saltata nel vuoto certa che ad arrancarmi ci sarebbe stata una rete fatta di profumo e mani forti. Ho un fetish per le mani. Oltre che per gli occhi ed il sorriso, ma questi ultimi sono un classico no? Chi non sviene dinanzi uno sguardo ampio, specie se chiaro – chiarissimo – e un bel sorriso solare. Nessuno può risultare indifferente a queste due caratteristiche. Nessuno, ed io sono la prima a cedere a tale bellezza, seppur passando per una stretta di mano calda e virile. Quel calore, ecco. Quel calore, quella stretta più forte della mia, che dalle dita passava alle braccia e dalle braccia si ancorava al torace quasi a volermi proteggere da agenti esterni pronti a colpire. Mi sentivo protetta e di quella protezione ne sento la mancanza. Perché quella stretta era il mio ossigeno, ed ora quell’ossigeno non c’è più, la fonte, dalla quale traevo la forza per respirare ogni giorno è andata via, dall’oggi al domani, senza una ragione, valida ragione, lasciandomi in un limbo lastricato di … perché.

«Hai più scritto?»

«No.»

«Perché?»

«La mia ispirazione sta vacillando.»

Shht

«Con le parole crei cose incredibili»

«Sì?»

«Sì. Non smettere mai di scrivere.»

«No?»

«Non farlo.»

«Brucia tutto quello che hai di mio.»

«Mai.»

Shht

«Nel niente hai detto tutto. Vacillante ispirazione, perduta è la mia faccia in un mare di facce.»