Cloud on my tongue.

by ci_aenigma

«Come va?»
«Va.»
«E’ tutto apposto?»
«Boh.»
«Stai bene?»
«Sto.»

Stare. Ultimamente “sto” troppo spesso, e alle troppe domande rispondo sempre con un “non lo so” perché da un mese a questa parte il non sapere nulla è la sola certezza, per ironia della sorte, che la mia mente dispone per andare avanti. E andare avanti in questo caso non vuol dire alzarsi col sorriso, gioendo o piangendo per le cose belle o brutte che possono capitare in una giornata fatta di ventiquattro ore. No. Per ironia della sorte quel “non lo so” mi aiuta a non pensare, a non farmi troppe domande rispetto quelle che in verità mi pongo ogni sacrosanto secondo, tra me e me, per non disturbare le persone. E’ questo che faccio: mi pongo domande.
«Fai troppe domande.» mi è stato detto da un perfetto sconosciuto. Così, concetto random sistemato qua e là tra le più svariate sillabe, poiché ogni volta scrivere risulta un ostacolo quasi insormontabile. Ci sono così tante cose da dire, da stendere lentamente, ma non ci riesco. Non ci sono mai riuscita. A parlare.
«Perché non me lo hai mai detto.»
«Cosa.»
«Questo.»
«Dovevo farlo?»
«Sì,direi.»

«Non direi.»
«Invece sì.»
«A cosa sarebbe servito.»
«Cosa.»
«Parlartene.»
«Dovevi farlo.»
«Le cose sarebbero andate così comunque, mh?»
Silenzio.

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«Non hai mai parlato. Ed io penso sempre a come rivolgermi a te. Non hai mai parlato e in tutti quei momenti di silenzio invece raccontavi storie infinite, perché tu sei una storia infinita. La tua persona, la tua mente, la tua voce, il tuo corpo … una eterna storia il cui punto non verrà mai scritto. E se così non fosse, se ci fosse per davvero un punto finale nella storia della tua vita, allora non vorrò essere io a scrivere di quella minuscola macchia, al termine delle frasi.»
«Perché?»
«Perché non ne avrei la forza. Come non ho trovato la forza di lasciarti andare subito, senza ripensamenti. Quel giorno ho creduto di impazzire: considerando poi il confine tra sanità e follia molto labile e sottile. Cielo! Quel giorno ho creduto di impazzire per davvero, quando al suono della sveglia ho preso coscienza del fatto che non avrei mai più ricevuto un tuo messaggio, un tuo segno che mi facesse credere che io c’ero per te. Nei tuoi pensieri, al tuo fianco nonostante la distanza. Non lo volevo quello che abbiamo avuto. Ho guardato per giorni la mia immagine riflessa sullo specchio e ripetevo a me stessa che non dovevo desiderare nulla di più di un “ciao”, nonostante l’attrazione fosse chiara e lampante. Non lo volevo quello che abbiamo avuto. Non volevo vivere quello che abbiamo vissuto per non ritrovarmi da sola come se non ci fosse mai stato nulla di veramente importante, se non gli scherzi in compagnia. Non ne hai ancora abbastanza degli scherzi in compagnia, vero? No. Come potresti riscoprirti saturo nel mezzo di una situazione che di problemi non ne porta. Respirare del tuo fiato, bere delle tue parole e mangiare delle tue labbra per sentire qualcosa di nuovo. Per provare qualcosa che per anni ho cancellato dall’intera gamma delle emozioni umane per non riscoprirmi morta nel fiato di una solitudine che è solo mia. Non volevo tutto quello che mi hai dato. Non volevo perdermi nella marea che ha il colore del cioccolato. Non volevo perdermi nel respiro condiviso – mio e tuo -, non volevo sfiorare la morbidezza di una bocca che non bacia più la mia. Non volevo nascondermi tra braccia che stringevano più forte rispetto la mia stretta. E ti divertivi, oh sì. Lo trovavi divertente, aumentare la morsa per non lasciarmi andare … e lo hai fatto fino all’ultimo, carezzando labbra secche ed occhi aridi, guardandomi come non hai mai guardato nessun altro. Ho letto della profondità che c’è in te, della sensibilità e della spontaneità che non avevi la prima volta che ti ho visto. Una discesa, è stata. Per entrambi. Non è vero? Una corsa all’ultimo ostacolo, che si è interrotta all’improvviso per la mancanza di forza. Di coraggio. Ma ti ho chiesto di restare, di provare. Ti ho chiesto di non mentire e tu lo hai fatto, convincendoti che l’implosione sarebbe stata la sola ed unica soluzione rispetto un primo passo insieme. Ti ho chiesto di rischiare. Di rischiare per me, e non hai ceduto la presa, pur cercando un contatto che sta svanendo. Ti ho chiesto una seconda possibilità e mi hai lasciata qui, con il cuore in frantumi, il vuoto dentro e storie da riscrivere. Così appaio, protagonista e personaggio inventato. Eppure ricorda del continuo paradosso, che di cera è fatto: la maschera della realtà, il volto della finzione.»

«… forse ho paura.»
«… saltiamo insieme.»
«No.»
«… non vale la pena lottare per me?»
«No.»

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