Nymphetamine

cold blood in icy veins

Month: May, 2014

The end of this chapter.

Provare e riprovare ancora. Per una seconda possibilità e vedere i tuoi occhi scivolare via dai miei come se non ci fosse mai stato un contatto. Relazione conclusa e lo avrei accettato, se … So incassare i colpi, i pugni ben assestati allo stomaco. Li paro egregiamente, pur non volendo peccare di modestia o falsa modestia a seconda dei punti di vista. So inchinarmi, sanguinante a terra, tenendo stretta una ferita che di zampilli scarlatti si macchia. So stare, a terra, tenendomi stretta tra le braccia ascoltando il silenzio di una voce che non c’è più. Tu sei perfetto in questo: parli del tutto e taci del niente. Sei un maestro di contraddizione. Un conoscente di perspicacia. Un amico di indifferenza ed un fratello da mai trovare. Per due mesi ho aspettato un tuo segno, un tuo passo in avanti convinta che avresti capito. Che la mia presa di posizione, certa che mai più avrebbe perso sangue, sarebbe servita a qualcosa. Ero sicura, che quella mia sofferenza avrebbe portato i suoi frutti. Volevo dimostrarti che ero forte. Che potevo esserlo, per entrambi.

E’ quello giusto?

Sì.

Sei sicura?

Sì.

 

93f906c9d5767b2a32562e18ac4badc7-d30zm34  E non so cosa ho visto nei tuoi occhi. La terra sopra la quale camminavo e sopra la quale avrei voluto continuare a stare. In te ho visto il completamento della mia anima, senza il bisogno di dirti che ti amavo, che ti amavo incondizionatamente e senza pretesa alcuna, perché erano i piccoli gesti a farmi accorgere del tuo amore per me – semmai, a questo punto ci sia stato amore – e del mio per te. E non so cosa ho visto nei tuoi occhi. La mia immagine riflessa e la brillantezza cristallina con la quale mi guardavi, e al pensiero che tu possa guardare con quegli occhi altre donne mi fa tremare. Tremo al pensiero che tu possa toccare altre donne che hai toccato me. Ma non posso vantare pretese, non è vero? Non ho diritto di farlo, come non mi sono arrogata il privilegio di concedermi del tempo. Tempo che invece sto ricevendo da qualcun altro. Presente. Qualcuno che senza se e senza ma, sale in macchina e corre per paura che possa scomparire. E tu non vuoi che lo faccia. Mai persona è stata tanto egoista. Ti ho guardato ieri sera, e non ti ho riconosciuto. Ti ho guardato e ho saggiato di un menefreghismo che ti ha divorato e ad ogni tua alzata di spalle, una cicatrice in petto si apriva. Ti ho chiesto dunque di rispettarmi. Ti ho domandato, guardandoti con le lacrime a bagnarmi il viso, di avere pietà di me. Di smettere. Di arrestare il movimento delle spalle verso l’alto perché sono un essere umano e non un animale. Perché non sono un cane al quale si da un croccantino affinché smetta di abbaiare. Mi sono sentita così, l’ultima ruota di un carro che non esiste più o che forse non è mai esistito. Lo sai. Mi hai accartocciata, mi hai relegata in un angolo e devi salvarti facendo l’eroe. Ascoltandomi. Non doveva andare così, non dovevo dirti di quanto male mi hai fatto, di quanto difficile sia stato dirti addio, e della mia poca convinzione. Eppure hai riso. Hai avuto il coraggio di ridere, dopo tre ore di dialogo, la mia voce arida e la tua arzilla. Hai taciuto e riso. Non hai fatto altro che sorridere, lasciandomi nel limbo di verità e presa in giro. Di momento ilare e scherzoso nel quale, a quanto pare, ho sguazzato per mesi. E non mi sono sbagliata, non ho sbagliato analisi – se così posso chiamarla – ma non ho la forza per farlo. Dall’alto, come se stessi fluttuando vedo un corpo. Il mio corpo. Al cui interno c’è un cuore che non batte più. Quel cuore è il muscolo che ieri ti ho indicato e del quale ti sei cibato senza ritegno ed educazione, guardando altrove perché non riesci a starmi vicino. Ma forse una cosa sono riuscita a farti comprendere: non c’è amicizia. Non può esserci amicizia quando due persone hanno superato quel limite. E noi lo abbiamo superato, sì? E’ per questo che sei andato via. Che ti racconti favole per riuscire a sopportare un peso che non c’è, perché ho messo le carte in tavola. Davanti a te mi sono spogliata del tutto e in qualche modo hai deriso l’amore che a te mi lega. Ma è oggi, che spezzo quel filo. Che dei tuoi ghigni di scherno ne faccio un album di fotografie, arrabbiata. Ma è oggi, che spezzo quel filo. Che dei tuoi sorrisi adorabili ne faccio un ricordo sfocato. Delusa. Ma è oggi, che spezzo quel filo. Che dei tuoi forti abbracci ne faccio lama affilata. Schifata.
( Appoggia qui. Il coltello.  Appoggia la sua punta qui, contro il petto. E dammi le mani, aspetta: poggio le mie alle tue, così. Entrambe calde. E ora spingi. Sempre più in profondità squarciane il tessuto. Della carne putrefatta ostruisci quell’immagine che non hai mai voluto; la figura di questo mio interrotto cuore che non è più tuo ) 

It takes a fool to remain sane.

( e leggi – della notte trascorsa – qui ed ora )

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«Mi ha chiesto di te, sai? Mi ha chiesto di te con voce bassa. Ricordi il giorno in cui, accoccolati io e te sul pavimento della tua casa, ci siamo parlati a voce bassa? Molto bassa. I tuoi erano sussurri. I tuoi mormorii erano diventati i miei mormorii e non ho smesso un attimo di sorridere, alle tue spalle, mentre con le dita sfioravo il tuo viso per farti dormire. Sono qui, ho detto al tuo orecchio, promettendoti in silenzio che non sarei mai andata via. E tu hai chiuso gli occhi, con un’espressione serena in viso, hai provato a rannicchiarti come un feto contro di me, sentendoti protetto. Volevo proteggerti. Volevo assicurarti che niente e nessuno ti avrebbero mai fatto del male. E mi hai tenuto la mano, quel pomeriggio uggioso, mentre il sonno aveva preso il sopravvento su di te. Sulle tue forze. Mi ha chiesto di te, l’altra notte, domandando se ti avrei più rivisto: ho ricordato l’ultimo giorno in cui il mio sguardo non ha incrociato il tuo. Ho ricordato il giorno in cui ho capito che del mio bambino non c’era più traccia, perché la medicina aveva fatto il resto e loro hanno manipolato una condizione che poteva e può essere combattuta. Mi ha domandato, anche, se ti rivedrò ancora. Amore mio, ho risposto che non ti ho più visto neppure in sogno. Hai smesso di comparire in illusioni oniriche, lasciandomi ad aspettare. Mi ha domandato, anche, perché non ho fatto quello che ho sempre voluto fare. Ho risposto, nascosta tra le sue braccia, che non saresti diventato il più grande rimpianto della mia vita. Ho risposto che sì, se lo avessi fatto, ti avrei tenuto con me. Ho ammesso, ad alta voce, che nei nostri ossessivi occhi, ho visto dell’amore e del legame di una madre con il suo bambino. E tu lo sei, in qualche modo, in un’altra vita, il mio piccolo principe.»

«E leggerà questo?»

«Sì.»

«E perché non glielo dici?»

«Perché ci siamo distaccati un po’.»

«Perché?»

«Per avere tempo.»

«Quale tempo.»

«Quello che non mi sono mai concessa.»

«Mai?»

«Nemmeno con te.»

«Mi hai dato il tuo tempo.»

«E sempre lo avrai.»

«E gli piaccio io?»

«Crede che non sia matta.»

«Un po’ la sei.»

«Lo so.»

«E anche io lo sono.»

«Un po’ lo sei.»

«Siamo matti insieme.»

Pas si simple.

E dire che pensavo di non riuscire a passare quelle fasi. Le fasi in cui dalla delusione si slitta alla rabbia. E dalla rabbia si passa allo schifo. Presumibilmente, senza peccare di presunzione, ho camminato verso l’ultima da sempre. Se tutto è uno schifo? Sì. Tutto rasenta lo schifo più assoluto. Il ridicolo e lo squallido se proprio su toni più morbidi si può collocare la tua espressione quando provi a guardarmi. Ci provi, quando nessuno può vederti. Ci provi, ma non è più come prima. Tenti disperatamente di aggrapparti a qualcosa che non c’è, perché quel passaggio lo abbiamo saltato. E’ noto a tutti, anche a te se solo avessi il coraggio di guardare la tua immagine riflessa sullo specchio, sorridendo al fatto che qualcuno, con i denti e con le unghie sta arrancando per riportarti indietro. Per tenerti a galla in un Limbo che è diventato nostro ma del quale non riesco più a farne parte. Sento le forze venir meno, la decisione con la quale ti ho teso la mano fino ad ora sta sfumando. E va oltre la mia figura nei tuoi occhi, quando senza salutare, senza un banale ma educato “ciao”, mi vedo evanescente. Ed erano gli altri, a scomparire. Perché io lo volevo. Perché io per prima, scrittrice psicotica allontanavo il mondo. Poi sei arrivato tu e ti ho concesso di entrare in quella che è la mia schifosa vita, permettendoti di occupare un posto, uno qualunque al fianco del mio cuore. Ascoltavo il tuo, di cuore, mentre dormivi.

«Mi è mancato.»

«Cosa.»

«Sentirlo.»

«Cosa.»

«Il battito del tuo cuore.»

«Il battito del mio cuore.»

«Sì. Mi è mancato sentire il battito del tuo cuore contro il mio.»

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E non avevo mai sentito musica più bella. Cuori a pulsare all’unisono, mentre il fiato si faceva strada nella stanza, e le tue braccia stringevano con forza per assicurarsi che non andassi via. Ma scappare non era nei piani, no. Sarei rimasta lì in eterno, distesa al tuo fianco a guardarti mentre le palpebre dei tuoi occhi divenivano pesanti per il sonno e la stanchezza. E ti avrei svegliato la mattina successiva con un bacio sulla fronte affinché il momento del risveglio non fosse troppo frettoloso. E l’ho fatto. Nel silenzio dell’alba, nella penombra della stanza, e la colazione pronta, l’ho fatto. Pian piano, passo dopo passo, mi facevo piccola, ancora coricata accanto a te, ti baciavo la fronte, scivolando scherzosa sulla punta del naso, sorridente. E sorridevi mentre la bocca incontrava la tua, nel bacio del buongiorno. Piccolezze. Sciocchezze. Giochi d’infante che strappano il respiro dal torace. E manca il fiato, al ricordo. Quello stesso fiato che volevo custodissi per me. Non avevo progetti, non ne avevo. Solo la certezza che fossi tu. La sicurezza che la mia casa fossero le tue braccia ed i tuoi occhi la luce da seguire. Non avevo progetti, sai? Come non ho mai voluto tarparti le ali. E se l’ho fatto, in qualche modo inconsapevole, mi dispiace. Di colpe che non ho, me ne assumo la responsabilità, ora. Pensando ad una voce amica: da sacchi di merda, possono nascere dei fiori. Dallo schifo di chi a schiaffi riesce a prenderti nel silenzio delirante di una gelosia malsana, può esserci la fortuna. E pur pensando di non meritarla questa fortuna, qualcuno c’è. Forse. Che imperterrito ed ostinato fa ciò che tu non fai … ed io con lui, nonostante tutto, sto maledettamente bene.

Inhabitant.

«Posso fare una cosa?»
«Cosa?»
«Posso fare una cosa?»
«Sì.»

E bacio fu.

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«Quasi poetico, non trovi? Quasi poetico e schifosamente romantico quel gesto. Quel mio avvicinarmi così tanto a te, da saggiare di quella bocca che per mesi e mesi avevo desiderato senza mai averla veramente. Sempre a debita distanza, come se io non potessi essere violata e tu non potessi essere toccato. Ti vedevo fragile. Ti vedo bomba ad orologeria. Ti vedevo suadente. Ti vedo menefreghista. E poi ti guardo ancora e in quegli occhi socchiusi, quella sera, ho visto il mondo. Iridi scure che si sono aperte ai miei occhi chiari, mostrandomi come il cielo non è solo nello sguardo smarrito di una ragazzina cresciuta troppo in fretta, ma che c’è un universo anche sulla terra. E’ quasi romantico, non trovi? Lo hai detto anche tu, più e più volte scrivendolo o mormorandolo all’orecchio, che ero più romantica di quanto volessi far credere. E mi odiavo in quei momenti, perché ad ogni tua parola c’era un mio spogliarmi. Una pelle, quella del mio corpo, che a piccoli fogli diveniva sempre più sottile. E più sorridevi ai miei gesti, più ti avvicinavi, più la sensazione di smarrimento si faceva grande e guardarmi allo specchio risultava difficile. Lo sai? Mi hai incastrato, ignaro giocatore d’azzardo, mi hai racchiuso in una campana di vetro dalla quale non riesco ad uscire. Al suo interno, il tuo profumo. Al suo interno la tua voce risuona come un eco ovattato di parole in parole, di frasi in frasi, come un ritornello infinito che non può essere messo in pausa. E quando sei presente, in mezzo a tanta gente i tuoi occhi, la terra – la tua terra – sulla quale ho camminato per mesi, non è più la mia terra e trema qualunque cosa mi tenga in piedi, sotto questo corpo. E’ quasi squallido, non trovi? Stare qui ad aspettare che tu compia un passo in avanti, smettendo di notare la tua espressione triste e deperita. E’ quasi ridicolo, non trovi? Essere consapevoli della tua gelosia, indiscussa e senza diritto, mentre fai di tutto per non cercarmi. Ed io vorrei che lo facessi: che mi cercassi, che mi rincorressi per non perdere l’occasione. Vorrei che l’afferrassi, la corda che ti ho lanciato per essere quell’ancora di salvezza che tu sei stato, e sei tuttora per me. Vorrei che capissi che quello che avevamo c’è, presente e non può far paura qualcosa di dolce e vero. Non può fare paura la gentilezza. Non può spaventare la genuinità, vero? Ma ti confido un segreto. Posso? Sussurrarti di un segreto che non ho mai svelato, di nuovo, per non sembrare sciocca; il segreto è che anche io ho paura. Ho avuto paura il giorno in cui, fissandomi allo specchio mi sono domandata se fossi tu. Colui che doveva arrivare. Per me. E non per le classiche convenzioni. Stupide convenzioni di un “ti amo” troppo facile da confessare. No. Ho avuto paura quando ho realizzato che la risposta alla mia domanda sarebbe stata un fottuto sì, certa che nessun altro avrebbe potuto occupare quel posto nel mio cuore. Credevo di non avere un cuore, sai? Sapevo che qualcosa batteva in petto. Alimentato per l’inerzia con la quale mi muovevo giorno per giorno senza mai dare un significato alle cose che facevo. Ho avuto paura, ma ho tenuto con me la verità perché ho pensato che dovevo essere forte. Che dovevo essere forte per entrambi. Ma a cosa è servito, se tutto è scivolato via dalle mani, dalla mente e dal cuore. A cosa è servito, essere forti. Dimmelo. Dimmi a cosa è servito essere forti se per te, ora sono corpo malato, tenuto in vita. Dimmi a cosa è servito essere forti se per te tutto è evanescente. Dimmi a cosa è servito essere forti, se ora sono oggetto morto, che sembra vivo

 

Erotic blue.

«L’ho desiderata e lo hai desiderato. L’ho desiderata ad occhi aperti e chiusi, la tua mano. Le tue dita a sfiorarmi. Le tue mani a carezzarmi con dovizia quasi potessi rompermi al tuo tocco. E al tuo passaggio mi rompevo, ogni volta, bramando te sempre di più. Timido, sdrucciolevole nei gesti, carezzavi attento ogni centimetro del tuo corpo e più di muovevi, più il desiderio cresceva. E disteso al mio fianco per poco ho resistito, tra le tue braccia, accoccolata come un feto che non vuole lasciare il grembo della madre, ho chiuso gli occhi e respirato di te su un letto che è divenuto mio amico, e tuo amico lo era già. L’ho desiderata ad occhi aperti e chiusi, la tua mano, sulle mie gambe a risalire ostacoli fatti di ginocchia piegate e cosce divaricate, guardandoti mentre incerto percorrevi a ritroso il solo percorso che avevi da seguire per raggiungermi. Su di me, piano, mi hai trovata. Hai incrociato i tuoi occhi ai miei, hai sorriso chiedendomi se tutto andava bene ed io non ho risposto. Senza parole, perché le avevo perse da molto tempo, le parole per descrivere la passione che a te mi legava. La frenesia di un corpo che non riuscivo più a contenere.

Stifled_II
… E abbiamo fatto l’amore, quella sera. La prima volta divertiti da un continuo e reciproco cercarsi senza mai smettere di ridere e scherzare.
… E abbiamo fatto l’amore, quella sera. Per la prima volta, in mezzo a tentennamenti e voglia di stare insieme. Ti ho carezzato come fossi il dono più prezioso e tu hai fatto lo stesso, con la paura di graffiarmi. Ma lo hai fatto: ad ogni sospiro sulla pelle, lo hai fatto. Ogni suo bacio, ogni tua spinta erano graffi, cicatrici che si marchiavano sulle curve, eterne.
… E abbiamo fatto l’amore, tra gemiti e sussurri spezzati, bocca su bocca, escludendo il resto del mondo in movimenti sincronici. Sicuri. Certi che niente sarebbe cambiato.
… Ma ho fatto l’amore con te, per la prima volta, ascoltando il battito del cuore uscire allo scoperto, spaesato ed impaurito donandoti ogni suo sussulto. Ma ho fatto con te l’amore, coperta di brividi e affamata del tuo stesso sesso.»

( Tra l’incudine ed il martello: desiderio io della presenza, cauta provocatrice e nauseabonda condanna dell’assenza, suicida dannato. )

… del tuo orgasmo, la mia rabbiosa sete. 

«Spogliati.
Davanti a me ignorando gli altri.
Spogliati.
Vorrei lo facessi, con la sicurezza di sempre, cercando in me, curve non più coperte da inutili abiti.
Spogliati.
Davanti a me ignorando gli altri.
Spogliati.
Con la sicurezza di sempre, afferrandomi e gettandomi su un materasso oramai vuoto. Solitario e freddo mentre ricerchi ancora di quel piacere che non può essere dimenticato.
E scivola qui, senza esitare, spingi dentro me la tua persona, abbracciando dell’incastro perfetto che abbiamo formato, assieme l’uno all’altra. E muoviti ancora, senza sosta e senza paura in me, che ero e più non sono, la tua casa.»

Arcane voice.

 ( cos’altro devo fare per non farTi paura ?)

 OLYMPUS DIGITAL CAMERA«Non ho mai scritto lettere. Non ho mai scritto lettere indirizzandole a qualcuno in particolare. Un po’ per gioco ma mai seriamente, perché la serietà non l’ho mai davvero incontrata. Non ho mai scritto lettere e non so nemmeno come si faccia a scrivere nero su bianco determinati pensieri. Non è buffo? Scrivo da una vita e non ho mai steso una epistola in tutti questi anni. Sono una eterna battuta. Tuttavia ho deciso di provare, stanca ed amareggiata, di tentare in qualche modo a dare sfogo al silenzio che trapana nella mia bocca, facendo male, perché non parlo. Perché ho deciso di assecondarti ma senza alcun desiderio di farlo veramente. Mi hai chiesto se avevo preso una decisione. Se ero tranquilla quando ho fatto quel che ho fatto. Ho detto sì, lo ricordo bene quello che ho risposto, ma ho mentito. Non stavo bene per nulla quella sera, dopo una intera giornata passata ad essere invisibile. Ma non avevo idea che quel giorno sarebbe stato il primo di tanti. Ti confesso un segreto M. lascia che te ne parli, ha un retrogusto agrodolce questa storia. Quando ti ho incontrato la prima volta, non mi sei piaciuto. L’indifferenza regnava sovrana e non mi sono neppure posta il problema di presentarmi. E tu hai fatto lo stesso, né io né tu esistevamo per l’altro. Andava bene così. Non cercavo nulla, non volevo nulla. E stavo bene, davvero bene con me stessa – o quantomeno credevo che fosse così -. Poi una sera è cambiato tutto. Nella penombra di una stanza, al buio con la sola luce del televisore ho notato i tuoi occhi puntati su di me, e su di te c’erano i miei … occhi. Ho iniziato a pensarti. A pensare a come sarebbe stato chiederti il nome. Chiederti la mattina “come stai”. E così è stato, dopo qualche mese, tra una ricerca reciproca dell’altro, c’è stato un momento in cui entrambi ci siamo lasciati andare, come dici tu: senza pensieri, senza problemi. Una corsa in discesa davvero facile quando spalanchi i tuoi enormi occhi color cioccolato e mi sussurri che sono bella. Che anche io, anzi, che solo io ho gli occhioni mentre i tuoi in confronto non sono nulla. Ti svelo un piccolo segreto, un mormorio soffiato che nessuno ha mai saputo: ho amato i tuoi occhi dal primo momento. E ogni volta che ti guardo, anche adesso, vorrei urlare al mondo intero, al vento che soffia per le strade, tra gli alberi che sono fortunata, perché tu sei bello come il sole. Ti guardo e vedo di una tenerezza e di una maturità che sembrano scomparse. Non so cosa ho visto, ma per un attimo, per una frazione infinitesimale di secondo mi sono sentita fortunata. Ho sentito, in quell’attimo, che qualcosa stava cambiando. Già. Stavo crescendo. Non è un gioco ironico del signor Destino? Io che cresco al fianco di una persona che non vuole crescere. Io, che ho passato gli ultimi dieci anni della mia vita a divertirmi e a fingere che non mi importasse di niente e nessuno, ora mi ritrovo accartocciata in un angolo remoto della tua memoria, perché tu hai deciso di demolirmi. Di uccidermi con ogni tuo silenzio, con i tuoi “come stai” mai più detti, mai più scritti. E ti prendi gioco di me, ignorandomi o cercandomi quando qualcuno sembra varcare il tuo territorio. Il limite di un confine che continui a mantenere senza alcun diritto. Di punto in bianco, come se fossi disgustato dalla mia vicinanza, mi hai allontanato, attirato a te e allontanato senza lasciarmi scelta. Ma alla fine mi hai fatto scegliere, dando ad altri la sola scusa che non avrebbe implicato delle spiegazioni. Grazie. Di questo te ne sono grata, ancora una volta ancorata al tuo sano egoismo. E continuo a fingere sai? E’ come se non avessi mai smesso, di sorridere e scherzare tenendoti con me nel cuore. E nella mente. Ho visto qualcosa che altri non possono vedere; con me, sempre secondo quell’attimo brevissimo, sei cresciuto anche tu, pensando che fossimo fatti l’uno per l’altra. Non te l’ho mai detto. Perdonami, ma non volevo far avverare la mia sola paura che ha preso forma e continua a diventare più grande. Perdonami ma non volevo dirti che sì, lo penso anche io. Che per quanto l’amore convenzionale abbia stancato ed io amo tutto fuorché le convinzioni, sì. Eravamo e siamo fatti per camminare l’uno al fianco dell’altra. “La godo un sacco”. Così hai detto ai nostri amici, e mi piaceva da morire il tono di voce con il quale pronunciavi quella frase, tanto corta quanto eterna. Con te sono cresciuta, ho imparato a condividere cose che non avevo mai detto a nessuno, ho imparato a comportarmi consapevole che non ero più sola, pur mantenendo della mia solitudine e della mia integrità. Ho imparato a non mentire. Ad essere come sono, lasciandomi andare. In qualunque gesto. E non te ne sei accorto, quando l’ultima volta ti ho chiesto di stringermi, di stringermi con tutta la forza che avevi, quando invece avrei voluto confessarti che ti amavo. Ho sentito il cuore balzare fuori dal petto, ma l’ho respinto. Ho parato il colpo e cacciato quel muscolo ancora dolente seppur nella sua freddezza, al suo posto. Dentro un petto troppo stanco anche solo per respirare. Di quella notte, l’ultima notte trascorsa con te, corpo su corpo, ricordo i brividi. Il tuo affanno che era il mio affanno. Ricordo dei muscoli tesi, del desiderio di sentirti dentro me e di non voler allontanarti. Ti ho chiesto di stringermi perché sapevo, sempre in questo mio pazzo cuore, che saresti andato via.  E lo hai fatto. Hai giocato e continui a farlo. Senza lasciarmi scelta. Senza lasciare la morsa che tu hai stretto sul mio collo, su questa mia persona stanca di sognarti, esausta nel vederti e nel capire che di fianco a me non ci puoi stare, perché ti ostini a rinnegare ciò che è stato per paura. Non ti ho mai negato nulla, non ti ho mai tarpato le ali se non nell’insistenza che sì, ero – e sono – orgogliosa di te. Eri il mio orgoglio. Il mio amico, il mio migliore amico, il mio amante. Il mio tutto. Ed io ero la tua amica. La tua migliore amica. La tua amante. Il tuo tutto, ed ora sono il niente. Perché, M.? A che gioco stai giocando? Ho sempre giocato, sì. Ma questo gioco non mi piace più. Ti amo, e vorrei portarti via con me, lontano. Ti amo e vorrei che mi dessi la possibilità di riprovare, una seconda occasione di poterti dimostrare che posso essere la persona capace di stare al tuo fianco. Vorrei dimostrarti – consapevole che forse non ho altro da dimostrare – che so stare ancora una volta al mio posto, e che non cambierà nulla dalla spensieratezza del primo incontro. È sempre stato un primo incontro. Ma tu non capisci. Ma tu non lo capisci, vero? Che vorrei il tuo corpo sul mio corpo. Non lo capisci, vero? Che vorrei la tua bocca sulla mia bocca, in un viaggio intriso di sangue, per le vie della città dei nostri sogni. Lontano. Tu sei lontano. E mentre te ne vai, e mentre mi cancelli io sono qui, ancora una volta, ad aspettare te che non torni.»

The face inside.

 In corsa contro i mulini a vento:

occhi lucidi e lacrime che non scendono.  

Enclosed.

( di tante storie: questa. Per questa volta. )

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Esorcizzando me, che di carne e sentimenti sono fatta.
«Ricordo bene quando tutto è cominciato. Un po’ il classico inizio, si potrebbe pensare. Tutto è cominciato però in un pomeriggio soleggiato in un posto che non era casa mia. Lo ricordi? Oh sì. Sì che lo ricordi quando guidando sorridevi ed io mi sentivo al sicuro e divertita. Mi sentivo al sicuro dopo ore passate in compagnia di persone che formano il proprio habitat naturale. Mi sentivo protetta e al sicuro, lo ripeto ancora, chiudendo gli occhi mentre le orecchie ascoltano il rombo del motore di un’auto che ad un tratto si spegne. L’hai spenta tu la macchina, chiudendo discorsi che non erano iniziati. Non so perché. Ti ho guardato e come facevo da sempre, ti ho guardato e non ti ho riconosciuto. Per una frazione di secondo ho smesso di conoscere la persona che avevo sempre avuto di fianco e che sempre era stata pronta ad aiutarmi. Avevo sempre una buona parola per descriverti. Un aggettivo benevolo per raccontare di quanto mi facesse piacere chiamare e domandare semplicemente “come stavi” e “come stava” la tua famiglia. Mi hai guardato e non ti ho più riconosciuto. Dalla tua bocca parole sconnesse, che non avevano alcun senso per una ragazzina che non aveva voglia di capire il mondo. Dalla tua bocca sillabe senza capo né coda fino a quando il tuo busto non si è piegato in avanti, verso me e le tue mani hanno parlato al posto delle labbra. Ti ho guardato in quel momento e il tuo poggiarti sulla mia bocca è stato come un colpo di pistola. Un unico sparo prima di morire, senza essere in grado di attutire il colpo.»
«Devi imparare.»
«A fare cosa.»
«Questo.»
«E molto altro, ricordi? Come ti piaceva spalancare lo sguardo mentre camminavo per corridoi che erano casa in comune. E molto altro facevi, ritirando la mia mano dal tuo corpo, che imbrigliata muovevi per provare un piacere che nessuno ti faceva provare. E spaventato l’allontanavi per paura di essere scoperto. Ma ancora assaporavi del mio sonno, del mio dormire quando ho smesso di farlo, per poter essere vigile e andare via. In un posto lontano. In un luogo di ragazzina solo per nascondermi e stare da sola. Ti piaceva, Dio. Il mio odore, ti piaceva il mio muovermi lentamente per le piccole cose. La mia persona. Io. Ragazzina ti piacevo. Desiderabile corpo che non hai mai avuto veramente. Quale ironia… parlare di te e di questi comportamenti. Scandalo impercettibile e paura di fare danni. Ma come si può, dimmi, rompere qualcosa che è già stato rotto. Come si può dire la verità, quando l’altro si rifiuta di ascoltarla e di accettare una realtà così crudele da risultare quasi affascinante. Eri affettuoso, sei affettuoso. Per Dio, quante volte l’ho detto io prima del tradimento. Del colpo finale che mi ha fatto ricredere sulla veridicità della mia famiglia. Ridotta a guardarla e a provare disgusto. Da anni. Mesi trascorsi a tenere tutto dentro, dopo una confessione, perché mai presa in parola. Hai vinto tu, scampato dalla gogna, hai vinto su tutti i fronti. Il mio, incluso. Perché se così sono diventata, è a te che devo dire “grazie”. »
«Per cosa.»
«Grazie per avermi aperto gli occhi sulla verità
«Per cosa.»
«Grazie per avermi aperto gli occhi sulle bugie
«Per cosa.»
«Grazie per avermi insegnato dell’odio e del disgusto
«Per cosa.»
«Grazie per avermi aperto gli occhi sulla crudeltà e le perversioni
«Per cosa.»
«Grazie per avermi reso la donna che sono oggi.»
«Per cosa.»
«Grazie per avermi reso la donna che fino ad oggi si è nascosta all’amore per ferire e mai essere ferita. Grazie per avermi reso la donna che fino ad oggi ha giocato senza lasciar spazio al gioco altrui. Grazie per avermi reso la donna che fino ad oggi si è sempre rialzata da terra, con le ginocchia sbucciate e gli occhi lucidi senza mai piangere. Grazie per avermi reso la donna che fino ad oggi non è mai riuscita ad urlare al vento chi veramente ella sia.»

Wait, no.

Con me stessa, ancora una volta, il dialogo. Immagine muta, dinanzi uno specchio vuoto.
«Ma l’ho sentita, timida, la mano. Dita a scivolare lungo il profilo vestito. Ma l’ho sentita, timida, la mano. Dita a ricercare un corpo che non mi apparteneva. Nella spontaneità del momento, del delirio di decisioni che non possono essere né giuste né sbagliate: soltanto il desiderio, la foga di tornare a respirare quando l’ossigeno è mancato per giorni. E la gola era secca. La gola ne è secca, al ricordo. Ma l’ho sentita, timida, la mano. Dita a scivolare lungo il profilo svestito, avide. Voraci nel ricercare un piacere che pulsava. E l’ho sentita, famelica, la pressione. Il tremore di nervi dormienti pronti al risveglio

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«Sei morbida
Tra angoli sciupati della pelle.
«Sei bella
Nel fiato corto, il cuore in gola, nessuna risposta.
«Ma l’ho sentita, prepotente: la scarica elettrica. E ti ho baciato, senza pensarci due volte. Ancora. Ho staccato la spina per una frazione di secondo, lasciandomi andare perché la mente, nel pensiero, stava sgretolandosi. Sciogliendosi come neve al sole. Ho scelto di desiderare un qualcosa che qualcun altro non voleva e rifiutava. Ho scelto la bramosia di qualcosa che qualcun altro continua a non volere e rifiutare. Nell’egoismo stagnante, ho scelto di baciarti. Di sentire la tua pelle contro la mia. Poi la tua mano, su di me. Mi hai sfiorata. Sì. E volevo di più, a quel tocco, insaziabile digiuna di un sesso che non era più lo stesso, dandoti me stessa per sentirmi voluta. Ma l’ho soffocato, un gemito, sul tuo petto, tremando vibrante nel mezzo di domande che sono sempre un uragano che non se ne va. Ma l’ho rotto ancora, il fiato, senza respirare del profumo che non era il Suo. Straziante la realtà, una volta poggiati i piedi per terra, quando corpi nudi, i nostri … sgusciavano su cuscini troppo morbidi per non piegarsi a causa nostra. Certezza, la tua persona. In una storia che non ha né capo né coda, ancora, consapevole che ci sei. Al mio fianco, comunque vadano le cose, concedendo a me di quel tempo che non merito. Eppure mi sento così: con le spalle al muro, ogni volta che arrivo a questo punto.»
«Quale punto.»
«Il punto in cui realizzo che non era il Suo profumo.»
«Quale punto.»
«Il punto in cui realizzo che non era il Suo corpo.»
«Quale punto.»
«Il punto in cui, con le spalle al muro, realizzo che non riesco a dirgli Addio

Blood bound.

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E poi mi ritrovo in ginocchio, nell’angolo perenne di una stanza che non c’è, a chiedermi degli sbagli. Degli errori e delle colpe che razionalmente non esistono. Non ci sono. Perché nella irrazionalità di una vita andata storta, un briciolo del suo opposto è fondamentale per non cadere più in basso di così. E poi mi ritrovo seduta su un pavimento freddo a fissare il vuoto senza battere ciglio, domandandomi degli sbagli, degli errori e delle colpe che non si fanno trovare. Paiono scappare senza lasciarsi prendere da una memoria che non si cancella. E poi mi ritrovo seduta, con le ginocchia contro il petto, nell’angolo perenne di una stanza che non c’è in silenzio. Assente. Invisibile per me stessa, visibile agli altri, invisibile per te. Come se non ci fossi. Come se non fossi mai esistita.
«Non voglio fare marcia indietro»
«Non devi farlo»
«Non voglio tornare ad essere un mostro»
«Non voglio che tu lo diventa»
«Non voglio tornare ad essere quel mostro»
«Non voglio che tu lo sia per me»
«E dunque cosa vuoi dal mondo, da me ancora. Cosa vuoi da un noi che non c’è più, da un noi che hai cancellato come se non fosse mai esistito. Non hai lasciato scelte, anche quando ho fatto un passo indietro per avvicinarmi a te. Alla tua mente confusa. Negli spigoli di pensieri che non vuoi smussare e che non sono riuscita a sopportare in giorni troppo lunghi da poterli allontanare da questo corpo. E dunque cosa c’è ancora, in questo limbo che non se ne va, mentre guardi e ignori. Mentre sbiadisco ai tuoi occhi come se tutto il passato – nostro – fosse stato solo un sogno o un incubo indiscusso, all’interno del quale si sono alternati momenti di spontaneità e attimi di paura. Ma la terra ha tremato, lasciando l’amaro e il freddo.»
«… non voglio perderti»
«Devi perdermi»
«No»
«Devo perderti»
«No»
«Ho bisogno di perderti. Ho bisogno di lasciarti andare di nuovo, e questa volta per sempre, per non cadere ancora più in basso. E non c’è un altro piano in questa scala dei ricordi. Non c’è nulla. Ho bisogno di perderti. Di lasciarti andare e chiudere quella porta che a te ho aperto dopo anni di silenzio verso il mondo, verso me; ho bisogno di perderti e dimenticarti per andare avanti e chiudere a chiave quella serratura che ti rifiuti di vedere e che io in te ho visto, giusta persona e giusto compagno. Ciò che gli altri non vedono e che tu nascondi a loro come se provassi vergogna. Ma è mia la vergogna, ripensando a quanto orgoglio ho riposto in te. A quanto amore ho conosciuto e abbracciato spaventata dell’idea che potesse finire per colpa mia, per la paura di non essere abbastanza e il dubbio di non meritarti. Ma ti ho guardato negli occhi e ancora oggi, quando spalanchi lo sguardo hai quell’espressione cristallina che mi ha fatto accorgere di un qualcosa che è maturato nel corso dei giorni. E per quanto lo negassi a me stessa io ti ho amato. Dal primo istante, odiandomi per non voler soffrire. E mi odio, per non essere in grado di annullare i sensi e procedere per una strada che si è divisa senza colpo ferire. All’apparenza, per fraintendimenti. Ma quei colpi si allargano. Quei pugni sono ferite accese che continuano a sanguinare in zampilli scarlatti. Ma quei tagli ancora freschi premono contro una persona stanca, che a te si è donata senza alcuna barriera, detestandomi per essere stata debole e non aver capito. Capito delle tue difficoltà, compreso delle tue parole. Nel mio più grande inciampo. E ti chiedo dunque perdono, se cercando di ancorarmi a te, non ho trovato la forza per tendere la mano e tenerti aggrappato al mio corpo, per non averti rispettato e per continuare ad amarti nonostante il mio essere il nulla. Ma di nuovo perdonami, se ancora non so quante coltellate possa sopportare questo cuore, prima di ridursi in poltiglia.»