Blood bound.

by ci_aenigma

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E poi mi ritrovo in ginocchio, nell’angolo perenne di una stanza che non c’è, a chiedermi degli sbagli. Degli errori e delle colpe che razionalmente non esistono. Non ci sono. Perché nella irrazionalità di una vita andata storta, un briciolo del suo opposto è fondamentale per non cadere più in basso di così. E poi mi ritrovo seduta su un pavimento freddo a fissare il vuoto senza battere ciglio, domandandomi degli sbagli, degli errori e delle colpe che non si fanno trovare. Paiono scappare senza lasciarsi prendere da una memoria che non si cancella. E poi mi ritrovo seduta, con le ginocchia contro il petto, nell’angolo perenne di una stanza che non c’è in silenzio. Assente. Invisibile per me stessa, visibile agli altri, invisibile per te. Come se non ci fossi. Come se non fossi mai esistita.
«Non voglio fare marcia indietro»
«Non devi farlo»
«Non voglio tornare ad essere un mostro»
«Non voglio che tu lo diventa»
«Non voglio tornare ad essere quel mostro»
«Non voglio che tu lo sia per me»
«E dunque cosa vuoi dal mondo, da me ancora. Cosa vuoi da un noi che non c’è più, da un noi che hai cancellato come se non fosse mai esistito. Non hai lasciato scelte, anche quando ho fatto un passo indietro per avvicinarmi a te. Alla tua mente confusa. Negli spigoli di pensieri che non vuoi smussare e che non sono riuscita a sopportare in giorni troppo lunghi da poterli allontanare da questo corpo. E dunque cosa c’è ancora, in questo limbo che non se ne va, mentre guardi e ignori. Mentre sbiadisco ai tuoi occhi come se tutto il passato – nostro – fosse stato solo un sogno o un incubo indiscusso, all’interno del quale si sono alternati momenti di spontaneità e attimi di paura. Ma la terra ha tremato, lasciando l’amaro e il freddo.»
«… non voglio perderti»
«Devi perdermi»
«No»
«Devo perderti»
«No»
«Ho bisogno di perderti. Ho bisogno di lasciarti andare di nuovo, e questa volta per sempre, per non cadere ancora più in basso. E non c’è un altro piano in questa scala dei ricordi. Non c’è nulla. Ho bisogno di perderti. Di lasciarti andare e chiudere quella porta che a te ho aperto dopo anni di silenzio verso il mondo, verso me; ho bisogno di perderti e dimenticarti per andare avanti e chiudere a chiave quella serratura che ti rifiuti di vedere e che io in te ho visto, giusta persona e giusto compagno. Ciò che gli altri non vedono e che tu nascondi a loro come se provassi vergogna. Ma è mia la vergogna, ripensando a quanto orgoglio ho riposto in te. A quanto amore ho conosciuto e abbracciato spaventata dell’idea che potesse finire per colpa mia, per la paura di non essere abbastanza e il dubbio di non meritarti. Ma ti ho guardato negli occhi e ancora oggi, quando spalanchi lo sguardo hai quell’espressione cristallina che mi ha fatto accorgere di un qualcosa che è maturato nel corso dei giorni. E per quanto lo negassi a me stessa io ti ho amato. Dal primo istante, odiandomi per non voler soffrire. E mi odio, per non essere in grado di annullare i sensi e procedere per una strada che si è divisa senza colpo ferire. All’apparenza, per fraintendimenti. Ma quei colpi si allargano. Quei pugni sono ferite accese che continuano a sanguinare in zampilli scarlatti. Ma quei tagli ancora freschi premono contro una persona stanca, che a te si è donata senza alcuna barriera, detestandomi per essere stata debole e non aver capito. Capito delle tue difficoltà, compreso delle tue parole. Nel mio più grande inciampo. E ti chiedo dunque perdono, se cercando di ancorarmi a te, non ho trovato la forza per tendere la mano e tenerti aggrappato al mio corpo, per non averti rispettato e per continuare ad amarti nonostante il mio essere il nulla. Ma di nuovo perdonami, se ancora non so quante coltellate possa sopportare questo cuore, prima di ridursi in poltiglia.»

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