Arcane voice.

by ci_aenigma

 ( cos’altro devo fare per non farTi paura ?)

 OLYMPUS DIGITAL CAMERA«Non ho mai scritto lettere. Non ho mai scritto lettere indirizzandole a qualcuno in particolare. Un po’ per gioco ma mai seriamente, perché la serietà non l’ho mai davvero incontrata. Non ho mai scritto lettere e non so nemmeno come si faccia a scrivere nero su bianco determinati pensieri. Non è buffo? Scrivo da una vita e non ho mai steso una epistola in tutti questi anni. Sono una eterna battuta. Tuttavia ho deciso di provare, stanca ed amareggiata, di tentare in qualche modo a dare sfogo al silenzio che trapana nella mia bocca, facendo male, perché non parlo. Perché ho deciso di assecondarti ma senza alcun desiderio di farlo veramente. Mi hai chiesto se avevo preso una decisione. Se ero tranquilla quando ho fatto quel che ho fatto. Ho detto sì, lo ricordo bene quello che ho risposto, ma ho mentito. Non stavo bene per nulla quella sera, dopo una intera giornata passata ad essere invisibile. Ma non avevo idea che quel giorno sarebbe stato il primo di tanti. Ti confesso un segreto M. lascia che te ne parli, ha un retrogusto agrodolce questa storia. Quando ti ho incontrato la prima volta, non mi sei piaciuto. L’indifferenza regnava sovrana e non mi sono neppure posta il problema di presentarmi. E tu hai fatto lo stesso, né io né tu esistevamo per l’altro. Andava bene così. Non cercavo nulla, non volevo nulla. E stavo bene, davvero bene con me stessa – o quantomeno credevo che fosse così -. Poi una sera è cambiato tutto. Nella penombra di una stanza, al buio con la sola luce del televisore ho notato i tuoi occhi puntati su di me, e su di te c’erano i miei … occhi. Ho iniziato a pensarti. A pensare a come sarebbe stato chiederti il nome. Chiederti la mattina “come stai”. E così è stato, dopo qualche mese, tra una ricerca reciproca dell’altro, c’è stato un momento in cui entrambi ci siamo lasciati andare, come dici tu: senza pensieri, senza problemi. Una corsa in discesa davvero facile quando spalanchi i tuoi enormi occhi color cioccolato e mi sussurri che sono bella. Che anche io, anzi, che solo io ho gli occhioni mentre i tuoi in confronto non sono nulla. Ti svelo un piccolo segreto, un mormorio soffiato che nessuno ha mai saputo: ho amato i tuoi occhi dal primo momento. E ogni volta che ti guardo, anche adesso, vorrei urlare al mondo intero, al vento che soffia per le strade, tra gli alberi che sono fortunata, perché tu sei bello come il sole. Ti guardo e vedo di una tenerezza e di una maturità che sembrano scomparse. Non so cosa ho visto, ma per un attimo, per una frazione infinitesimale di secondo mi sono sentita fortunata. Ho sentito, in quell’attimo, che qualcosa stava cambiando. Già. Stavo crescendo. Non è un gioco ironico del signor Destino? Io che cresco al fianco di una persona che non vuole crescere. Io, che ho passato gli ultimi dieci anni della mia vita a divertirmi e a fingere che non mi importasse di niente e nessuno, ora mi ritrovo accartocciata in un angolo remoto della tua memoria, perché tu hai deciso di demolirmi. Di uccidermi con ogni tuo silenzio, con i tuoi “come stai” mai più detti, mai più scritti. E ti prendi gioco di me, ignorandomi o cercandomi quando qualcuno sembra varcare il tuo territorio. Il limite di un confine che continui a mantenere senza alcun diritto. Di punto in bianco, come se fossi disgustato dalla mia vicinanza, mi hai allontanato, attirato a te e allontanato senza lasciarmi scelta. Ma alla fine mi hai fatto scegliere, dando ad altri la sola scusa che non avrebbe implicato delle spiegazioni. Grazie. Di questo te ne sono grata, ancora una volta ancorata al tuo sano egoismo. E continuo a fingere sai? E’ come se non avessi mai smesso, di sorridere e scherzare tenendoti con me nel cuore. E nella mente. Ho visto qualcosa che altri non possono vedere; con me, sempre secondo quell’attimo brevissimo, sei cresciuto anche tu, pensando che fossimo fatti l’uno per l’altra. Non te l’ho mai detto. Perdonami, ma non volevo far avverare la mia sola paura che ha preso forma e continua a diventare più grande. Perdonami ma non volevo dirti che sì, lo penso anche io. Che per quanto l’amore convenzionale abbia stancato ed io amo tutto fuorché le convinzioni, sì. Eravamo e siamo fatti per camminare l’uno al fianco dell’altra. “La godo un sacco”. Così hai detto ai nostri amici, e mi piaceva da morire il tono di voce con il quale pronunciavi quella frase, tanto corta quanto eterna. Con te sono cresciuta, ho imparato a condividere cose che non avevo mai detto a nessuno, ho imparato a comportarmi consapevole che non ero più sola, pur mantenendo della mia solitudine e della mia integrità. Ho imparato a non mentire. Ad essere come sono, lasciandomi andare. In qualunque gesto. E non te ne sei accorto, quando l’ultima volta ti ho chiesto di stringermi, di stringermi con tutta la forza che avevi, quando invece avrei voluto confessarti che ti amavo. Ho sentito il cuore balzare fuori dal petto, ma l’ho respinto. Ho parato il colpo e cacciato quel muscolo ancora dolente seppur nella sua freddezza, al suo posto. Dentro un petto troppo stanco anche solo per respirare. Di quella notte, l’ultima notte trascorsa con te, corpo su corpo, ricordo i brividi. Il tuo affanno che era il mio affanno. Ricordo dei muscoli tesi, del desiderio di sentirti dentro me e di non voler allontanarti. Ti ho chiesto di stringermi perché sapevo, sempre in questo mio pazzo cuore, che saresti andato via.  E lo hai fatto. Hai giocato e continui a farlo. Senza lasciarmi scelta. Senza lasciare la morsa che tu hai stretto sul mio collo, su questa mia persona stanca di sognarti, esausta nel vederti e nel capire che di fianco a me non ci puoi stare, perché ti ostini a rinnegare ciò che è stato per paura. Non ti ho mai negato nulla, non ti ho mai tarpato le ali se non nell’insistenza che sì, ero – e sono – orgogliosa di te. Eri il mio orgoglio. Il mio amico, il mio migliore amico, il mio amante. Il mio tutto. Ed io ero la tua amica. La tua migliore amica. La tua amante. Il tuo tutto, ed ora sono il niente. Perché, M.? A che gioco stai giocando? Ho sempre giocato, sì. Ma questo gioco non mi piace più. Ti amo, e vorrei portarti via con me, lontano. Ti amo e vorrei che mi dessi la possibilità di riprovare, una seconda occasione di poterti dimostrare che posso essere la persona capace di stare al tuo fianco. Vorrei dimostrarti – consapevole che forse non ho altro da dimostrare – che so stare ancora una volta al mio posto, e che non cambierà nulla dalla spensieratezza del primo incontro. È sempre stato un primo incontro. Ma tu non capisci. Ma tu non lo capisci, vero? Che vorrei il tuo corpo sul mio corpo. Non lo capisci, vero? Che vorrei la tua bocca sulla mia bocca, in un viaggio intriso di sangue, per le vie della città dei nostri sogni. Lontano. Tu sei lontano. E mentre te ne vai, e mentre mi cancelli io sono qui, ancora una volta, ad aspettare te che non torni.»

Advertisements