Inhabitant.

by ci_aenigma

«Posso fare una cosa?»
«Cosa?»
«Posso fare una cosa?»
«Sì.»

E bacio fu.

inhabitant_by_moppaa-d7ijict
«Quasi poetico, non trovi? Quasi poetico e schifosamente romantico quel gesto. Quel mio avvicinarmi così tanto a te, da saggiare di quella bocca che per mesi e mesi avevo desiderato senza mai averla veramente. Sempre a debita distanza, come se io non potessi essere violata e tu non potessi essere toccato. Ti vedevo fragile. Ti vedo bomba ad orologeria. Ti vedevo suadente. Ti vedo menefreghista. E poi ti guardo ancora e in quegli occhi socchiusi, quella sera, ho visto il mondo. Iridi scure che si sono aperte ai miei occhi chiari, mostrandomi come il cielo non è solo nello sguardo smarrito di una ragazzina cresciuta troppo in fretta, ma che c’è un universo anche sulla terra. E’ quasi romantico, non trovi? Lo hai detto anche tu, più e più volte scrivendolo o mormorandolo all’orecchio, che ero più romantica di quanto volessi far credere. E mi odiavo in quei momenti, perché ad ogni tua parola c’era un mio spogliarmi. Una pelle, quella del mio corpo, che a piccoli fogli diveniva sempre più sottile. E più sorridevi ai miei gesti, più ti avvicinavi, più la sensazione di smarrimento si faceva grande e guardarmi allo specchio risultava difficile. Lo sai? Mi hai incastrato, ignaro giocatore d’azzardo, mi hai racchiuso in una campana di vetro dalla quale non riesco ad uscire. Al suo interno, il tuo profumo. Al suo interno la tua voce risuona come un eco ovattato di parole in parole, di frasi in frasi, come un ritornello infinito che non può essere messo in pausa. E quando sei presente, in mezzo a tanta gente i tuoi occhi, la terra – la tua terra – sulla quale ho camminato per mesi, non è più la mia terra e trema qualunque cosa mi tenga in piedi, sotto questo corpo. E’ quasi squallido, non trovi? Stare qui ad aspettare che tu compia un passo in avanti, smettendo di notare la tua espressione triste e deperita. E’ quasi ridicolo, non trovi? Essere consapevoli della tua gelosia, indiscussa e senza diritto, mentre fai di tutto per non cercarmi. Ed io vorrei che lo facessi: che mi cercassi, che mi rincorressi per non perdere l’occasione. Vorrei che l’afferrassi, la corda che ti ho lanciato per essere quell’ancora di salvezza che tu sei stato, e sei tuttora per me. Vorrei che capissi che quello che avevamo c’è, presente e non può far paura qualcosa di dolce e vero. Non può fare paura la gentilezza. Non può spaventare la genuinità, vero? Ma ti confido un segreto. Posso? Sussurrarti di un segreto che non ho mai svelato, di nuovo, per non sembrare sciocca; il segreto è che anche io ho paura. Ho avuto paura il giorno in cui, fissandomi allo specchio mi sono domandata se fossi tu. Colui che doveva arrivare. Per me. E non per le classiche convenzioni. Stupide convenzioni di un “ti amo” troppo facile da confessare. No. Ho avuto paura quando ho realizzato che la risposta alla mia domanda sarebbe stata un fottuto sì, certa che nessun altro avrebbe potuto occupare quel posto nel mio cuore. Credevo di non avere un cuore, sai? Sapevo che qualcosa batteva in petto. Alimentato per l’inerzia con la quale mi muovevo giorno per giorno senza mai dare un significato alle cose che facevo. Ho avuto paura, ma ho tenuto con me la verità perché ho pensato che dovevo essere forte. Che dovevo essere forte per entrambi. Ma a cosa è servito, se tutto è scivolato via dalle mani, dalla mente e dal cuore. A cosa è servito, essere forti. Dimmelo. Dimmi a cosa è servito essere forti se per te, ora sono corpo malato, tenuto in vita. Dimmi a cosa è servito essere forti se per te tutto è evanescente. Dimmi a cosa è servito essere forti, se ora sono oggetto morto, che sembra vivo

 

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