The end of this chapter.

by ci_aenigma

Provare e riprovare ancora. Per una seconda possibilità e vedere i tuoi occhi scivolare via dai miei come se non ci fosse mai stato un contatto. Relazione conclusa e lo avrei accettato, se … So incassare i colpi, i pugni ben assestati allo stomaco. Li paro egregiamente, pur non volendo peccare di modestia o falsa modestia a seconda dei punti di vista. So inchinarmi, sanguinante a terra, tenendo stretta una ferita che di zampilli scarlatti si macchia. So stare, a terra, tenendomi stretta tra le braccia ascoltando il silenzio di una voce che non c’è più. Tu sei perfetto in questo: parli del tutto e taci del niente. Sei un maestro di contraddizione. Un conoscente di perspicacia. Un amico di indifferenza ed un fratello da mai trovare. Per due mesi ho aspettato un tuo segno, un tuo passo in avanti convinta che avresti capito. Che la mia presa di posizione, certa che mai più avrebbe perso sangue, sarebbe servita a qualcosa. Ero sicura, che quella mia sofferenza avrebbe portato i suoi frutti. Volevo dimostrarti che ero forte. Che potevo esserlo, per entrambi.

E’ quello giusto?

Sì.

Sei sicura?

Sì.

 

93f906c9d5767b2a32562e18ac4badc7-d30zm34  E non so cosa ho visto nei tuoi occhi. La terra sopra la quale camminavo e sopra la quale avrei voluto continuare a stare. In te ho visto il completamento della mia anima, senza il bisogno di dirti che ti amavo, che ti amavo incondizionatamente e senza pretesa alcuna, perché erano i piccoli gesti a farmi accorgere del tuo amore per me – semmai, a questo punto ci sia stato amore – e del mio per te. E non so cosa ho visto nei tuoi occhi. La mia immagine riflessa e la brillantezza cristallina con la quale mi guardavi, e al pensiero che tu possa guardare con quegli occhi altre donne mi fa tremare. Tremo al pensiero che tu possa toccare altre donne che hai toccato me. Ma non posso vantare pretese, non è vero? Non ho diritto di farlo, come non mi sono arrogata il privilegio di concedermi del tempo. Tempo che invece sto ricevendo da qualcun altro. Presente. Qualcuno che senza se e senza ma, sale in macchina e corre per paura che possa scomparire. E tu non vuoi che lo faccia. Mai persona è stata tanto egoista. Ti ho guardato ieri sera, e non ti ho riconosciuto. Ti ho guardato e ho saggiato di un menefreghismo che ti ha divorato e ad ogni tua alzata di spalle, una cicatrice in petto si apriva. Ti ho chiesto dunque di rispettarmi. Ti ho domandato, guardandoti con le lacrime a bagnarmi il viso, di avere pietà di me. Di smettere. Di arrestare il movimento delle spalle verso l’alto perché sono un essere umano e non un animale. Perché non sono un cane al quale si da un croccantino affinché smetta di abbaiare. Mi sono sentita così, l’ultima ruota di un carro che non esiste più o che forse non è mai esistito. Lo sai. Mi hai accartocciata, mi hai relegata in un angolo e devi salvarti facendo l’eroe. Ascoltandomi. Non doveva andare così, non dovevo dirti di quanto male mi hai fatto, di quanto difficile sia stato dirti addio, e della mia poca convinzione. Eppure hai riso. Hai avuto il coraggio di ridere, dopo tre ore di dialogo, la mia voce arida e la tua arzilla. Hai taciuto e riso. Non hai fatto altro che sorridere, lasciandomi nel limbo di verità e presa in giro. Di momento ilare e scherzoso nel quale, a quanto pare, ho sguazzato per mesi. E non mi sono sbagliata, non ho sbagliato analisi – se così posso chiamarla – ma non ho la forza per farlo. Dall’alto, come se stessi fluttuando vedo un corpo. Il mio corpo. Al cui interno c’è un cuore che non batte più. Quel cuore è il muscolo che ieri ti ho indicato e del quale ti sei cibato senza ritegno ed educazione, guardando altrove perché non riesci a starmi vicino. Ma forse una cosa sono riuscita a farti comprendere: non c’è amicizia. Non può esserci amicizia quando due persone hanno superato quel limite. E noi lo abbiamo superato, sì? E’ per questo che sei andato via. Che ti racconti favole per riuscire a sopportare un peso che non c’è, perché ho messo le carte in tavola. Davanti a te mi sono spogliata del tutto e in qualche modo hai deriso l’amore che a te mi lega. Ma è oggi, che spezzo quel filo. Che dei tuoi ghigni di scherno ne faccio un album di fotografie, arrabbiata. Ma è oggi, che spezzo quel filo. Che dei tuoi sorrisi adorabili ne faccio un ricordo sfocato. Delusa. Ma è oggi, che spezzo quel filo. Che dei tuoi forti abbracci ne faccio lama affilata. Schifata.
( Appoggia qui. Il coltello.  Appoggia la sua punta qui, contro il petto. E dammi le mani, aspetta: poggio le mie alle tue, così. Entrambe calde. E ora spingi. Sempre più in profondità squarciane il tessuto. Della carne putrefatta ostruisci quell’immagine che non hai mai voluto; la figura di questo mio interrotto cuore che non è più tuo ) 

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