Vermillion.

by ci_aenigma

( perdendo quota, ad ogni tuo fisso sguardo.

Occulta-mente, persa la mia … nella tua )

Per ironia della sorte pensavo di esserci riuscita. Davvero. Ero quasi sicura di percorrere la strada giusta, il sentiero che mi avrebbe portato a dimenticarti e a rifarmi una vita. Ma la verità è che sto ancora cercando delle colpe da attribuirmi per dare un senso a tutto quello che è successo, perché concepire un simile atteggiamento mi risulta difficile. Vuoi l’amore, vuoi l’orgoglio. Difficilmente getto la spugna, e forse sto ancora aspettando. C’è chi sostiene questa teoria … e non me ne sono resa conto. No. Per orgoglio ho sempre negato, addossando parole e nervoso a chi non merita questo mio comportamento, ma nonostante tutto c’è ancora. Scrive. Presente. Dovrei lasciarti andare, mollare la presa come ti ho fatto credere, sperando in qualcosa di meglio rispetto a te, come persona, al mio fianco per la vita. Ma io a quel punto ci sono arrivata. Cielo … a strapiombo con i piedi ben allineati tra loro, sono arrivata al punto di non ritorno, all’angolo del castigo in cui ho pensato, per una frazione infinitesimale di secondo, che sì, era con te che volevo formare una famiglia. Lasciandoti della libertà che necessitavi come io, del resto, avrei voluto la mia. Quale stupido errore. Peccare di presunzione e sicurezza.

 

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( nei sussurri, nei sorrisi, in palpebre sempre fisse … il mio vermiglio coma )

E c’è che non scrivo qualcosa da mesi. C’è che la mente vaga per sentieri che non conosco e la cosa mi spaventa più di quanto non fossi già spaventata. C’è che ho il cuore spaccato in due, e non riesco ad aggiustarlo. E quelle due metà sono a loro volta ridotte in altri piccoli, piccolissimi pezzetti invisibili ad occhio nudo, sono così microscopici che oramai quella faglia tra atri e ventricoli non si sente più. Sono qui, seduta a scrivere di stronzate, pensando al fatto che se non ti vedo sto bene. Quando non ti vedo sono rassegnata alla certezza che il telefono non squillerà mai con il tuo nome impresso, per un messaggio che tu – di tua spontanea volontà – hai voluto scrivermi. Non mi scrivi da mesi, secoli metaforicamente parlando, ed io anche a questo ho fatto l’abitudine. Un po’ a tutto. All’essere ignorata, all’essere trattata come l’ultima ruota del carro … ad avere un valore pari a zero. Mi tratti come non si dovrebbe mai trattare alcuno, e l’ho accettato – anche questo sì – pur di darti quel tempo che sembra non esserti servito. E non capisco. Due settimane lontani, decisamente troppo lontani, e dall’oggi al domani cambi. Come se qualcuno ti avesse rimproverato o ti fossi svegliato da un torpore solo tuo, hai pensato che rivolgermi la parola, che ripensare davanti a tutti i nostri amici, alle nostre uscite (la prima uscita) fosse un gesto “carino”. Ordinario, come ordinaria è la non sensazione che provo quando ti sto accanto. Fuori luogo le tue parole, fuori luogo i tuoi piccoli gesti che non comprendo. Piccole attenzioni o mancanze che non riesco a leggere, a capire fino in fondo. Non conosco i tuoi pensieri e vorrei per un attimo soltanto rompere quella tua perversa testa e leggervi dentro. Non conosco i tuoi desideri e vorrei, per un attimo ancora, leggere nella tua mente e nel tuo cuore, se anche io ti manco, come tu, a me, manchi.

( e non parlare: taci. E non guardare: chiudi gli occhi. E non respirare: silenzio )

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